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LA NUOVA ROAD MAP PER IL POPOLO DELLA FAMIGLIA – Gianfranco Amato

LA NUOVA ROAD MAP PER IL POPOLO DELLA FAMIGLIA

Desidero ringraziare uno per uno tutti i 219.535 elettori che hanno espresso nell’urna la loro fiducia al Popolo della Famiglia. Lo faccio con un pizzico di soddisfazione e di orgoglio per aver consentito a quasi duecentoventimila italiani di poter esprimere il proprio voto con la gioia nel cuore ed il sorriso sulle labbra. Finalmente convinti e contenti.

Il primo messaggio che ho ricevuto subito dopo i risultati definitivi è stato quello di un politico il quale mi ha rinfacciato il fatto che se lo avessi ascoltato oggi anch’io sarei stato senatore. Ho dovuto spiegargli, per l’ennesima volta, quello che ho ripetuto durante tutto il mese di campagna elettorale. Primo, io non sono interessato a posizioni personali ma alla creazione di un progetto collettivo. Secondo, io non avrei mai potuto mettere a disposizione il mio volto, la mia storia, la stima e la rete di amicizie costruite in questi anni, a vantaggio di un partito che intende legalizzare la prostituzione, introdurre il divorzio lampo, che candida una come Giulia Bongiorno, e che tiene un atteggiamento sostanzialmente “agnostico” – grazie alla cd. libertà di coscienza – sui principi non negoziabili (vita, famiglia, educazione). Se io e Mario Adinolfi avessimo voluto limitarci ad ottenere uno scranno in parlamento avremmo potuto tranquillamente farlo quando ci è stato proposto già due anni fa. Questo con buona pace di tutti i detrattori che oggi ci accusano di essere affetti da «ambizione personale». Costoro non riescono ancora a capire la differenza tra la miseria di un progetto personale e la grandezza di un progetto collettivo.

Il messaggio che, invece, ho davvero apprezzato è stato quello di mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno, il quale mi ha esortato a continuare fermamente nel progetto del Popolo della Famiglia. Ora che la campagna elettorale è finita, posso rivelare che lui è stato per me un punto di riferimento importante, una sorta di “direttore spirituale” in questa esperienza politica. Ci siamo sentiti e confrontati più volte in questo lungo mese di campagna. Il prossimo 14 aprile 2018 mons. Giovanni D’Ercole incontrerà a Roma i dirigenti e i militanti del Popolo della Famiglia in un’assemblea pubblica dove condividerà una sua riflessione personale. Sono certo che avrà cose utili e intelligenti da riferire.

Oggi ci troviamo di fronte ad un quadro politico sconvolgente rispetto al quale non si può rimanere indifferenti. Per la prima volta dal dopoguerra, nel nostro Paese non esiste in parlamento un gruppo, un partito, un movimento di dichiarata ispirazione cristiana. Il tracollo della cosiddetta “quarta gamba” – passata dal 4% all’1% senza riuscire a superare nemmeno la soglia di sbarramento –, e la impressionante débâcle dei cattolici di sinistra (prodiani, casiniani, e cattodem di Civica Popolare della Lorenzin), mostrano uno scenario inquietante. Né a destra né a sinistra oggi esiste una presenza parlamentare strutturata, visibile ed autonoma che si dichiari espressamente ispirata ad una visione antropologica cristiana. Parlo espressamente di «visione antropologica cristiana» perché credo vada superata in politica la definizione, anche se convenzionale, del termine “cattolico”. Non fosse altro che per il significativo apporto che tutti gli amici evangelici hanno dato e continuano al movimento.

Questa tornata elettorale segna un ulteriore importante “stato di avanzamento” dei lavori relativo al progetto del Popolo della Famiglia. In questi due anni abbiamo realizzato lo scavo e le fondamenta. Da oggi, dopo il 4 marzo, possiamo cominciare ad alzare i muri perimetrali.

La nostra esperienza ha dimostrato che ogni passaggio elettorale può diventare l’occasione per un momento di riflessione e anche di sana autocritica. Com’è noto la perfezione non è di questo mondo. La cosa importante è che impariamo a crescere step by step, come dicono gli anglosassoni, passo dopo passo, e costruire mattone su mattone.

Anche questa importante tornata elettorale delle politiche 2018 ci offre molti spunti di riflessione. Vorrei condividerne alcuni.

Il dato che più mi ha colpito è quello del numero di italiani che conoscono il Popolo della Famiglia: solo il cinque per cento. Questo significa che il 95% ancora non sa che esiste questo partito. In effetti bisogna dire che l’Italia è veramente grande e popolata, fatevelo dire da uno che l’ha girata palmo a palmo per ben quattro volte. Se però consideriamo il risultato ottenuto (0,7%) alla luce della risicatissima percentuale di conoscenza, dobbiamo concludere che si è trattato di un vero miracolo, e dovremmo chiederci cosa potrebbe accadere se il dieci, quindici, venti per cento degli italiani ci conoscesse. È chiaro che non esiste un automatismo matematico, ma certo aumenterebbero decisamente le probabilità di allargare il consenso.

Allora io credo che le prossime azioni da intraprendere nell’immediato debbano seguire quattro direttrici.

 

1) CONOSCENZA DEL MOVIMENTO

Occorre essere realisti. Il Popolo della Famiglia non avrà mai a disposizione i milioni del luciferino finanziere George Soros. Toccherà quindi procedere “a mani nude”, conquistando il territorio in maniera militare, con la prospettiva strategica gramsciana che punta ad avanzare di casamatta in casamatta. In ciascuno dei novantasette circoli in cui è diviso il nostro Paese si dovranno quindi identificare dei referenti che prendano contatti con il mondo religioso, con le associazioni di categoria, con gli ordini professionali e con tutti quegli ambiti della società che possono essere interessati dal progetto del Popolo della Famiglia.

 

2) ORGANIZZAZIONE

La partecipazione alle elezioni politiche ha rappresentato un’ottima occasione per testare le persone e per creare una rete organizzativa. Penso ai responsabili regionali che hanno curato la presentazione delle liste, ai responsabili di collegio che hanno raccolto le firme e coordinato la campagna elettorale a livello locale, e ai candidati dei singoli collegi.

Oggi l’applicazione della regola militare per cui «i galloni si conquistano sul campo» ha permesso di individuare e valorizzare coloro che hanno dimostrato capacità e lealtà.

Deve comunque continuare l’apertura dei circoli locali che restano la struttura portante del movimento.

C’è un altro dato che mi preme evidenziare.

Tutti gli analisti politici concordavano sul fatto che il Popolo della Famiglia avrebbe preso molti più voti al Senato, ritenendolo un partito caratterizzato da un elettorato “anziano” con un programma farcito di temi “anziani”. Il risultato, invece, ha smentito tutte le previsioni e si è rivelato un’ulteriore sorpresa. Sono, infatti, più di settemila i voti dei giovani che hanno fatto la differenza tra Camera (219.535) e Senato (211.671). Ricordo con piacere, peraltro, i tantissimi diciottenni che ho incontrato durante la campagna elettorale e che con gioia mi dichiaravano di essere contenti di poter votare per la prima volta il Popolo della Famiglia. Di molti di loro ho tenuto i contatti, grazie ai quali provvederemo a costituire un’apposita sezione del movimento. La presenza dei giovani nella struttura del Popolo della Famiglia sarà un altro dei punti strategici della nuova organizzazione.

 

3) PRESENZA CULTURALE

Passata la buriana della battaglia elettorale (e con essa – si spera – anche il fuoco amico), le condizioni di maggior serenità consentiranno di spiegare con calma il progetto politico-culturale del Popolo della Famiglia. Spariti dall’orizzonte i cacciatori di voti, ora i nostri interlocutori privilegiati possono essere più disponibili ad ascoltare le nostre ragioni.

Quello postelettorale è un tempo propizio per una presenza culturale che può realizzarsi anche attraverso incontri, presentazione di libri, e soprattutto iniziative pubbliche che mostrino una presenza politica capace di diventare cultura.

C’è anche un altro aspetto che sta interrogando i politologi. Tutti si chiedono le ragioni di un dato davvero singolare: il Popolo della Famiglia ha mantenuto la stessa pressoché identica percentuale in tutti i collegi d’Italia. Da Bolzano a Siracusa. Dato anomalo rispetto a tutti gli altri partiti. Oggi, infatti, abbiamo una situazione in cui al nord domina la Lega, mentre al sud dilaga il movimento Cinque Stelle. In un Paese diviso territorialmente sulla base di paure o istanze assistenzialiste, i politologi si interrogano su quale sia il “collante ideologico” che consente ad un partito come il Popolo della Famiglia di essere presente in maniera uniforme e omogenea in ogni angolo del territorio nazionale. Forse che sia davvero l’identità cristiana? In questa prospettiva si aprirebbe uno scenario interessante per il Popolo della Famiglia, il solo partito oggi capace di mostrare che l’unico collante in grado di unire il Paese resta l’identità culturale cristiana. Questo è un punto che dovrà essere attentamente approfondito ed oggetto di una seria riflessione.

 

4) FORMAZIONE

La quarta direttrice che ritengo fondamentale è quella della formazione. Non tutto ciò che appartiene al passato dev’essere necessariamente rinnegato. Penso, per esempio, alla proficua esperienza della “scuola di politica” presente in quasi tutti i partiti della Prima Repubblica.

La profondità del progetto politico-culturale del Popolo della Famiglia implica necessariamente un’adeguata formazione.

Un militante medio, per esempio, deve saper rispondere all’obiezione secondo cui il reddito di maternità integrerebbe una forma negativa di assistenzialismo, contraria alla dottrina sociale della Chiesa. Mi viene in mente, in proposito, lo splendido articolo di Emiliano Fumaneri pubblicato sulla “Croce”, con il quale si è magistralmente smontata questa obiezione. Colgo l’occasione per ribadire che proprio il quotidiano “La Croce” rappresenta un fondamentale ed indispensabile strumento di formazione. Così come i due libri che occorre diffondere: O capiamo o moriamo e L’unica opzione. A proposito di quest’ultimo, voglio ricordare che proprio la lettura di quel libro ha fatto cambiare idea sul voto ad un sacerdote, il quale, abbandonando l’intenzione iniziale di votare “Insieme” (il partito dei catto-prodiani), ha deciso di optare per il Popolo della Famiglia. Uno dei tanti voti spostati dal centrosinistra, con buona pace dei sedicenti analisti politici che spargono veleno contro il Popolo della Famiglia sui giornali “amici”.

È allo studio, quindi, una vera e propria scuola di formazione, che verrà improntata grazie al preziosissimo contributo di amici come Fabio Torriero e Giuseppe Brienza.

Anche per quanto riguarda la comunicazione, la presenza del Popolo della Famiglia alle elezioni politiche nazionali ha contribuito al fatto di essere riconosciuti come interlocutori degni di attenzione da parte dei media locali. Quotidiani e televisioni dei singoli territori hanno obiettivamente dato un certo spazio al movimento, a differenza, purtroppo, dei mezzi di comunicazione nazionali.

Torniamo all’analisi del voto.

La percentuale dello 0.7% ha creato in alcuni – devo dire in realtà pochi – una certa delusione. Ora, è ovvio che sarebbe stato meglio ottenere un risultato maggiore, ma la domanda che dobbiamo porci è un’altra: «Noi abbiamo fatto davvero tutto il possibile?». Io credo di sì. Io credo che nelle circostanze date, abbiamo fatto davvero tutto quello che era nel novero delle nostre possibilità. Ora occorre cambiare le condizioni, cominciando proprio dall’allargamento della percentuale di italiani che conoscono il Popolo della Famiglia. Tutto questo partendo dal presupposto che non si può passare direttamente dalle scuole elementari all’università. La vita ci insegna che dopo le elementari ci sono le medie, poi le superiori e poi l’università. Ogni passaggio implica una progressione nella crescita e nella formazione.

Occorre imitare la pazienza del contadino, il quale è capace di aspettare che il seme diventi un germoglio e poi una spiga. Mi è già capitato di ricordare agli “impazienti”, il caso della Lega Lombarda, che quando nacque agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, era poco più che un’armata Brancaleone, un movimento spontaneo, disorganizzato, a tratti folcloristico, guidato da un leader carismatico. Quando si presentarono alle elezioni politiche i leghisti raggiunsero lo 0,48% dei voti alla Camera dei Deputati e lo 0,42% al Senato, ottenendo così i primi due seggi in parlamento. Umberto Bossi fu eletto sia alla Camera, nella circoscrizione Como-Sondrio-Varese, che al Senato. Optò per il Senato e divenne da allora “il Senatùr”, mentre alla Camera gli subentrò l’architetto Giuseppe Leoni. Fu soltanto a seguito di questo importante passaggio elettorale che, tra il 1988 ed il 1989, la Lega riuscì a strutturarsi ed organizzarsi. Nelle successive elezioni europee del 18 giugno 1989 ottenne i primi due eurodeputati, raccogliendo a livello nazionale 636.242 voti, pari al 1,86%. Passò quindi, dallo “zerovirgola” delle politiche del 1987 all’1,86% delle europee del 1989. Oggi la Lega è il primo partito del centrodestra ed esprime nella figura del suo Segretario Matteo Salvini in candidato premier.

Ci sono passaggi che non si possono saltare.

Cito spesso in proposito un passo tratto dall’opera di don Luigi Giussani intitolata Riflessioni sopra un’esperienza. Lo voglio riproporre: «Il fare deve venir realizzato con due condizioni: – 1) non deve avere limiti di tempo preventivati. Non si può dire “tento un certo numero di volte, e poi, se non riesco, e non mi piace, basta”. È un’impostazione all’origine che rivela una mancanza sottile di amore al Vero, o una sottile presunzione, o un attaccamento a sé. –  2) Qualsiasi gesto (qualsiasi “fare”) impegna tutta la persona come tale. Perciò anche un’attività minima, accettata per l’Ideale, dà un contributo valido alla crescita della persona. Spesso si desiste dall’impegno, perché non ci si sente capaci di un livello più alto di realizzazione: si abbandona tutto perché appare troppo irraggiungibile la cima, o semplicemente quello che altri fanno. Nulla è più irrazionale di questa specie di “scandalo del bene”. Ognuno faccia ciò che gli riesce di fare. In qualsiasi circostanza si trovi – fosse anche il livello più basso – nessuno è scusato dal tentativo indomabilmente ripreso. “Vita non facit saltum”; per cui non possiamo pretendere di arrivare subito ad un vertice, ma occorre una pazienza di sviluppo, lunga come la pazienza del Signore, cioè come tutto il tempo della nostra vita».

Giussani applicò alla vita la celebre frase «natura non facit saltum», con la quale si intendeva affermare che ogni cosa in natura avviene secondo leggi fisse, tempi prestabiliti e per gradi. Si tratta di una formula, di origine scolastica, che si trova nella forma tradizionale nella Philosophia botanica di Linneo (1751), ma che era presente nel Nouveaux essais di Leibniz (1704), nella forma «tout va par degrés dans la nature, et rien par saut», ossia, «tutto procede per gradi nella natura, e niente con salto». Anche in politica, come in natura e nella vita, non si possono fare salti.

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