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Spiegare l’aborto agli adolescenti

Ci abbiamo provato con il bel film americano “October Baby” che racconta la storia di Hannah, una diciannovenne che soffre di epilessia; il giorno del suo debutto teatrale crolla sul palco. Incontrando il medico con i suoi genitori scopre di essere stata adottata e che la sua madre biologica ha cercato di abortirla.

Il film, che non è stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane, è tratto dalla vera storia di Gianna Jessen, che abbiamo poi incontrato in Gran Guardia a Verona il 29 novembre in una serata organizzata, in collaborazione con numerose altre associazioni, dall’Onlus ProVita,  che opera in difesa dei bambini, della vita dal concepimento alla morte naturale, e che sostiene la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e che difende il diritto dei genitori a educare i propri figli.

“Mi chiamo Gianna Jessen. Vorrei dirvi grazie per la possibilità di parlare oggi. Non è una piccola cosa dire la verità. Dipende unicamente dalla grazia di Dio il poterlo fare. Ho 39 anni. Sono stata abortita e non sono morta! La mia madre biologica era incinta di sette mesi quando andò da Planned Parenthood, nella California del sud, e le consigliarono di effettuare un aborto salino tardivo. Un aborto salino consiste nell’iniezione di una soluzione di sale nell’utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino morto entro 24 ore.

Questo è capitato a me! Sono rimasta nella soluzione per circa 18 ore e sono stata partorita VIVA il 6 aprile 1977 alle 6 del mattino in una clinica per aborti della California. C’erano giovani donne nella stanza che avevano appena ricevuto le loro iniezioni ed aspettavano di partorire bambini morti. Quando mi videro, provarono l’orrore dell’omicidio. Un’infermiera chiamò un’ambulanza e mi fece trasferire all’ospedale. Fortunatamente per me il medico abortista non era alla clinica. Ero arrivata in anticipo, non si aspettavano la mia morte fino alle 9 del mattino, quando sarebbe probabilmente arrivato per il turno d’ufficio. Sono sicura che non sarei qui oggi se il medico abortista fosse stato alla clinica dato che il suo lavoro è togliere la vita, non sostenerla.

Qualcuno ha detto che sono un “aborto mal riuscito”, il risultato di un lavoro non ben fatto. Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo. Signore e Signori, dovrei essere cieca, bruciata… dovrei essere morta! E tuttavia, io vivo! Rimasi all’ospedale per circa tre mesi. Non c’era molta speranza per me all’inizio. Pesavo solo nove etti. Oggi, sono sopravvissuti bambini più piccoli di quanto lo ero io. Un medico una volta mi disse che avevo una gran voglia di vivere e che lottavo per la mia vita. Alla fine potei lasciare l’ospedale ed essere data in adozione. Per via di una mancanza di ossigeno durante l’aborto vivo con la paralisi cerebrale.”

Se si ascoltano queste parole dal vivo, la tua vita cambia. Non potrai più essere quella di prima!

La storia di Gianna Jessen, il suo profondo credo e la sua determinazione ci hanno colpito molto e ci hanno fatto riflettere: perché impedire ad un bambino di vivere?

É crudele pensare che alcune persone guadagnino uccidendo queste piccole creature indifese e quanti siano convinte delle loro azioni. Ci ha fatto pensare quanto Gianna, non sentendosi accettata, abbia trovato in Dio la sicurezza e la forza di andare avanti nonostante le difficoltà. Ciò che vogliamo dire a tutti i ragazzi e le ragazze della nostra età é di pensare al fatto che un bambino abortito non avrà mai la possibilità di vivere le esperienze della vita come noi.

 

Sara e Nicole

 

 

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