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Di obiezione non si muore… anzi

Sono ancora negli occhi di tutti noi i vari titoloni apparsi sui giornali a seguito del tragico fatto di Catania: “Catania donna morta. Il medico era un obiettore” è uno dei tanti titoli, appunto, in cui la morte di Valentina Miluzzo, 32 anni, incinta di due gemelli ottenuti dopo essersi sottoposta a fecondazione artificiale (PMA) all’ospedale Cannizzaro di Catania e dei due bambini che portava in grembo, viene messa dai media in relazione alla dichiarazione di obiezione di coscienza all’aborto da parte dei sanitari.

Ma aldilà delle ricostruzioni giornalistiche e delle illazioni mosse soprattutto per colpire il diritto di obiezione di coscienza (vedi tra i tanti gli articoli di Gramellini e Saviano) occorre qui porsi una domanda e darne una risposta: un medico che si ritrovi in una situazione del genere è posto veramente di fronte ad un bivio etico-morale sul quale dover decidere? La risposa è (ovviamente) no e per almeno due motivi.

Il primo è che nel caso di Catania non siamo in presenza di un aborto volontario, per il quale si applica la Legge 194/1978 e il diritto di obiezione di coscienza (stabilito nell’art.9), ma ad un aborto spontaneo in una donna ricoverata già da due settimane per una infezione i cui bambini non ne sono la causa, ma ne subiscono le conseguenze. Non trovandoci quindi, neppure lontanamente, in un caso di aborto volontario, non c’è obiezione di coscienza che possa essere anteposta allo stato di salute della madre.

Questo basterebbe per mettere a tacere chi è andato alla ricerca, anche nella nostra città, di percentuali di medici obiettori in questo o quell’ospedale e chi ha cavalcato l’onda. A questi si ricorda che oltre che lodare (quando fa comodo) la Legge 194, andrebbe anche letta.

Andrebbe letta perché, ed è il secondo punto, sempre la legge 194 prevede all’interno dello stesso articolo 9 che “l’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.”

Tale specifiche della Legge 194 ricalcano peraltro quanto disse nel novembre del 1951 Papa PIO XII ”Se, per esempio, la salvezza della vita della futura madre […] richiedesse urgentemente un atto chirurgico, o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come conseguenza accessoria, in nessun modo voluta né intesa, ma inevitabile, la morte del feto, un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla vita innocente. In queste condizioni l’operazione può essere considerata lecita, come altri simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore, qual è la vita”.

Fine delle congetture.

Sarebbe invece da spendere qualche parola in più sull’aborto e sulla Legge 194, che nonostante quanto sia divenuta opinione comune, non ha introdotto il diritto all’aborto, ma “solo” (si fa per dire) la possibilità di accedere a tale pratica quando “il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari” (art.4).

Ma chi è l’oggetto, anzi il soggetto, di questa pratica? E perché la stragrande maggioranza dei medici, anche non cattolici, continua a dichiararsi obiettore e continua a rifiutarsi. Perché? È proprio nella risposta a questa domanda che i nodi vengono al pettine. Si rifiutano perché un vero medico, in scienza e coscienza, sa che abortire vuol dire uccidere un bambino e non un “grumo di cellule” di radicale memoria. Per questo si rifiutano. Un medico è un uomo di scienza e sa che un bambino concepito è fin dal primo istante un essere umano (su questo da circa 20anni la scienza non lascia più alibi), sa che il suo è un valore assoluto e non relativo e sa anche che la sua vita, come quella di tutti gli altri esseri umani, è un diritto inviolabile e non disponibile. Ogni medico sa che ogni volta che si pratica un aborto, nel contenitore dei rifiuti speciali non ci finiscono idee astratte e slogan femministi, ma testa, cuore, corpo e arti di un piccolo essere umano. Per questo la sua coscienza si ribella e obietta. La verità, piaccia o meno, é che un medico obiettore di coscienza si rifiuta di praticare aborti perché non ritiene l’aborto un atto medico. Il medico cura la vita, non la elimina.

E oggi, neanche di fronte a questa evidenza, invece di interrogarsi sul perché la maggior parte dei medici italiani obietta, si vorrebbero far pressioni per riuscire a imporre, in una qualche maniera, il divieto di obiettare.

Francesco Giacopuzzi

 

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