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La migrazione, un dramma enorme che richiede un impegno globale

Guerre, persecuzioni, rivolte civili… Da aggiornata analisi dei principali conflitti a livello planetario emerge una realtà a dir poco sconcertante: Egitto, Libia, Mali Mozambico, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan. Afghanistan, Birmania-Myanmar, Filippine, Pakistan, Thailandia, Iraq, Israele, Siria, Yemen… solo per citarne alcuni di un totale di ben 67 Stati coinvolti in guerra a metà ottobre, con più di settecento gruppi di milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti.

Come si può non interrogarsi sul nostro ruolo, quello di ciascuno di noi? Quali le nostre responsabilità? Come possiamo agire per incidere in maniera significativa in tutto questo? Perché queste sono le ragioni principali che spingono sulle nostre coste, a rischio della vita, tanti sventurati strappati dalla loro terra e in cerca di asilo.

Ma prima ancora dovremmo discutere del fatto che l’Italia è tra i primi produttori al mondo di armi e che pertanto siamo tra coloro che armano quelle popolazioni in lotta. O che sovente dalle nostre basi militari partono aerei destinati a bombardare quegli stessi paesi: siamo, di fatto, la “portaerei” naturale della NATO.

Altrettanto è il caso di sottolineare che da quasi otto anni le coalizioni internazionali, spesso a guida americana, hanno disseminato il pianeta di nuove guerre sotto le false vesti di presunte “primavere”.

In merito alla politica interna, che dire dei tre miliardi e mezzo di euro che il governo ha stanziato ogni anno da almeno due anni per ricevere i profughi in arrivo e mantenerli, in condizioni di disagio e precarietà, a fronte dei trecentosettanta milioni stanziati nell’ultima legge di stabilità a sostegno della cassa integrazione? O del miliardo di euro che ci è costato, come ogni anno, anche nel 2015 il mantenimento della Camera dei Deputati?

Frequentemente mi trovo a parlare con giovani disoccupati, o famiglie senza lavoro incapaci di pagare il mutuo, che cercano una “raccomandazione” impossibile per essere assunti in una azienda partecipata. Ancor più frequentemente mi ritrovo con anziani e donne spaventate che non si fidano più a frequentare strade e giardini un tempo sicuri. E la risposta più frequente è, per forza, “non abbiamo i soldi per risolvere i vostri problemi”. E rifletto su “quei” miliardi che ci sarebbero, ma non più, per loro. Il ministro Alfano ha dichiarato di voler “integrare” un profugo ogni 40 italiani entro il 2020. E dove siamo arrivati?

La fotografia dei 2.600 profughi “ospitati” nel veronese è impietosa: da una parte giovani smarriti e sradicati dalla loro patria, dagli affetti familiari, senza una luce sul loro futuro. Dall’altra, cassonetti svuotati in cerca di merce di scambio per un mercato del baratto. Episodi di criminalità in aumento. Sfruttamento delle donne sulle strade…  anziani e giovani donne che non si fidano più a salire sui mezzi pubblici spesso interamente occupati da queste persone. Giuste sollecitazioni per permettere loro di lavorare in occupazioni di pubblica utilità, ma questo non è permesso poiché, in quanto richiedenti asilo, è possibile solo su base volontaria, che non ha superato uno scarso 10%. Ecco dove siamo arrivati grazie a questa “accoglienza”, forzata e studiata a tavolino e a una “integrazione” presunta e non effettivamente attuata.

Fortunatamente abbiamo begli esempi concreti, anche a Verona, di vera accoglienza che è anche relazione personale, integrazione attenta e personalizzata, con il coinvolgimento di famiglie e parrocchie, fondata su una gratuità che trova fondamento nei nostri principi cristiani.

Si dice che l’accoglienza è un dovere etico e sociale. Noi diciamo che l’accoglienza di coloro che fuggono da fame, guerre, ostilità o persecuzione religiosa è una doverosa prassi cristiana, se condotta con responsabilità, equilibrio e sostenibilità.

Ma ormai è sempre più evidente che, salvo rare eccezioni, nessuna di queste tre caratteristiche viene rispettata: dove sta la responsabilità nel lasciare inattive decine di migliaia di giovani ammassati in strutture per mesi o anni? Dove sta l’equilibrio in una azione di un governo che prevarica i diritti di un intero popolo che, per fasce di età sempre più larghe, non dà alcuna certezza di futuro e, talvolta, nemmeno di presente? Dove sta la sostenibilità in un contesto socioeconomico sempre più sfaldato, frammentato e con risorse ormai scarse per gli stessi suoi figli?

Riteniamo che i Paesi abbiano il diritto di governare opportunamente le immigrazioni e di stabilire delle regole per l’accesso e l’integrazione degli immigrati nella loro società. Principi elementari di diritto umanitario dicono che chi arriva deve essere accolto e accudito, ma allo stesso tempo i governi devono anche pensare al bene comune della propria nazione nei cui confronti le immigrazioni incontrollate possono diventare una minaccia. E tra i criteri per la tutela del bene comune nelle politiche immigratorie c’è anche il dovere di salvaguardare la propria identità culturale e garantire una integrazione effettiva.

Facciamo poi nostre alcune riflessioni dell’Arcivescovo di Trieste, Mons. Crepaldi nell’ultimo numero della rivista di Dottrina Sociale: “… se esiste quindi un diritto ad emigrare va tenuto anche presente che c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare. L’emigrazione non deve essere forzata, costretta o addirittura pianificata. Questo principio è molto importante perché ad esso sono collegati dei doveri. Il dovere della comunità internazionale di intervenire sulle cause prima che sulle conseguenze, di affrontare i problemi che nei Paesi di emigrazione spingono o costringono persone e famiglie ad andarsene dando il proprio contributo per la loro soluzione, e il dovere di chi emigra di verificare se non ci siano invece le possibilità per rimanere ed aiutare il proprio Paese a risolvere le difficoltà. Purtroppo, invece, le grandi potenze destabilizzano esse stesse alcune aree geopolitiche, armano e finanziano Stati corrotti e califfati.

Un altro criterio è il realismo cristiano. Da un lato non chiudersi a chiave davanti a questi fenomeni epocali, dall’altro non cedere alla retorica superficiale. L’accoglienza e l’integrazione rappresentano problemi molto impegnativi e non è sufficiente una generica buona volontà per risolverli. Realismo significa non cedere a spiegazioni semplificatorie dei fenomeni migratori, dando colpe a destra o a sinistra. Significa vedere come il male e il bene sempre si accompagnino in questi casi: molti migranti sono senz’altro bisognosi, altri possono emigrare con obiettivi meno nobili. Significa vedere che dietro le migrazioni non ci sono solo legittimi bisogni, ma anche reti di sfruttamento delle persone e disegni di destabilizzazione internazionale. L’accoglienza del prossimo non può essere cieca o solo sentimentale, la speranza di chi emigra va fatta convivere con la speranza della società che li accoglie. La speranza va quindi organizzata, e per questo occorre realismo. Il realismo cristiano, poi, richiede che non si faccia di ogni erba un fascio. È evidente che l’immigrazione islamica ha alcune caratteristiche proprie che la rendono particolarmente problematica. Riconoscerlo è indice di realismo e buon senso e non di discriminazione. L’islam ha a che fare con le migrazioni in due sensi: da un lato per i califfati islamici che costringono le popolazioni, specialmente cristiane, a fuggire per salvare la vita, e dall’altro perché l’integrazione di popolazioni islamiche in altre nazioni risulta oggettivamente più difficile, per alcune caratteristiche della religione islamica stessa. Non si tratta di dare colpe all’islam, ma di prendere atto che nell’islam ci sono elementi che impediscono di accettare alcuni aspetti fondamentali di altre società e specialmente di quelle di lontana tradizione cristiana. L’accoglienza nell’emergenza va data a tutti. Quando poi invece si transita dall’accoglienza all’integrazione, è prudente non considerare gli immigrati tutti ugualmente in modo indistinto, comprese le culture e religioni di provenienza”.

È evidente che queste riflessioni di semplice intuizione non sono state minimamente affrontate da chi ci ha condotti in questa situazione.

Accoglieremo e sfameremo, nella proposta del Popolo della Famiglia, chi scappa dalla disperazione? Si! Li aiuteremo a ricostruirsi una speranza di futuro? Certamente! Ma, anche, diremo loro che abbiamo la nostra identità, la nostra cultura così come abbiamo le nostre responsabilità prima di tutto verso i nostri figli, i nostri poveri, i nostri lavoratori e che non è la soluzione nemmeno per loro far sì che possano restare indefinitamente. Non tutti e non senza un criterio di discernimento. Doneremo loro la nostra cultura e quanto di grande abbiamo compiuto nei secoli, faremo il possibile per costruire il loro futuro in patria, perché la loro terra può e deve godere della ricchezza umana e intellettuale che fino ad oggi è stata loro negata per l’egoismo di altri. E quando questa folle Europa dei burocrati e delle lobby ammetterà il fallimento e di aver perseguito una logica distruttiva e disastrosa, lavoreremo per far sì che possano far valere il loro diritto alla pace e a non emigrare aiutandoli a casa loro. Nella terra dove ognuno ha il proprio cuore.

Filippo Grigolini

 

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